Diritto tributario: illegittima l’ispezione domiciliare, diversa dai luoghi in cui si esercita l’attività , se non adeguatamente motivata dal P.M.

Con una recente sentenza la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia-Romagna (C.T.R. Emilia-Romagna, Sez. XI, n. 1417 del 31.05.2016) ha precisato i limiti entro i quali l’Ufficio, nell’esecuzione dei suoi compiti di controllo per l’accertamento delle imposte dovute e per la repressione dell’evasione tributaria, può disporre ispezioni presso le abitazioni dei contribuenti con l’autorizzazione necessaria del Pubblico Ministero.

L’art. 52 d.P.R. 633/1972 (c.d. Codice IVA) disciplina i poteri di accesso nei locali ove sono tenute le scritture contabili e presso altre sedi o abitazioni private, prevedendo che per le ipotesi più invasive – come l’accesso presso il domicilio del contribuente – debba comunque essere prevista l’autorizzazione del Pubblico Ministero, quale garante della legalità delle operazioni e dei presupposti che legittimano la compressione individuale del diritto all’inviolabilità del domicilio (art. 14 Cost.). 

In particolare, l’accesso presso il domicilio alla ricerca di documentazione contabile può essere concessa in presenza di “gravi indizi” di violazioni tributarie che facciano ritenere che nei locali si trovino documentazioni, scritture contabili, registri o altre prove.

Nel caso in esame il ricorrente aveva vinto il ricorso in primo grado, sostenendo che il materiale probatorio raccolto in un accesso presso l’abitazione della madre (considerato dai giudici legittimamente eseguito) non fosse riconducibile in modo univoco alla sua società. 

L’Agenzia delle Entrate aveva interposto appello in punto di valutazione probatoria, ma il ricorrente aveva presentato appello incidentale sostenendo che l’autorizzazione del P.M. all’accesso presso il domicilio era del tutto carente di motivazione e quindi illegittima. 

La Commissione Tributaria Regionale, in sede di appello, valuta proprio per primo il motivo dedotto con appello incidentale, accogliendolo e confermando la pronuncia di annullamento dell’avviso di accertamento, in quanto ritenuto nullo. 

In motivazione la Commissione ricorda che è necessario un attento scrutinio degli indizi di violazione della legge tributaria, che il P.M. non può ritenere sussistenti in modo acritico nel concedere la propria autorizzazione all’ispezione e perquisizione domiciliare: “non potrebbe essere ritenuto legittimo un accesso domiciliare operato in dipendenza di una richiesta e di una concessa autorizzazione, prive di puntuali e specifici riferimenti a fatti integranti gravi indizi”, dicono i giudici tributari. 

Ma vi è di più. È onere del giudice anche verificare la legittimità della stessa autorizzazione del P.M., che costituisce un provvedimento presupposto per l’accesso al domicilio.

Nel caso in esame anche il giudice di primo grado, che aveva ritenuto legittima la perquisizione nell’abitazione della madre del ricorrente (in forza di una delazione anonima), era venuto meno “al suo potere-dovere di verificare la presenza, sia nella richiesta della Guardia di Finanza, sia nel decreto autorizzativo del p.m., di una adeguata motivazione sul concorso di gravi indizi del verificarsi dell'illecito fiscale e senza che sia stata controllata la correttezza in diritto del relativo apprezzamento che avrebbe dovuto far leva su fatti e circostanze a cui l'ordinamento attribuisce valenza indiziaria”.

Per questi motivi, pertanto, l’avviso di accertamento è stato dichiarato nullo in quanto fondato su elementi probatori inutilizzabili.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         di Jacopo Perina dello studio B&P Avvocati

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